venerdì 12 aprile 2013

Partire/Restare

Qualche giorno fa sono state rese note le statistiche dell'Aire sul numero di italiani emigrati nel corso del 2012: sono aumentati più del 30%, sebbene siano numeri parziali perché riferiti solo a chi ha spostato la propria residenza all'estero. Pertanto, il dato definitivo è ancora più sconcertante. E' una sorta di scoperta dell'acqua calda per noi comuni cittadini italiani, che sappiamo benissimo quello che accade nel nostro Paese (a differenza di chi ci governa che ha ignorato e continua ad ignorare questa emorragia pericolosissima). Se proviamo solo a guardare la nostra lista di amici Facebook ci renderemo conto di quanto quel dato sia così "vicino". 
Io, per esempio, ho: Stefano in Iran, Simone a Braga, Andrea a Breslavia, Antonio a Bristol, Marta in Libia, Valentina a Valencia, Daniele a Santiago del Cile, Beatrice a Cardiff, Francesca a Wurzburg, Attila a Budapest, Antonio a Porto Alegre, Anna Maria in Australia, Maria Claudia e Annalisa a Dublino. E l'elenco non è finito, ho riportato solo i primi nomi che mi sono venuti in mente. A questi aggiungo Lucia che è tornata nella sua Caracas e Cyril, slovacco, che dopo la laurea presa a Roma si è trasferito a Lione; mentre Paolo ha già in mano la valigia per il Canada.
Quasi tutti hanno poco meno o poco più di 30 anni, tranne due che sono sopra i 35. Hanno tutti almeno una laurea. Due hanno un dottorato. Hanno studiato: ingegneria, architettura, lingue, storia, scienze politiche, scienze della comunicazione, filosofia. Tre sono sposati, una ha un bambino. 
Questo dato mette paura a tutti, tranne alla nostra classe politica che è troppo presa dalla propria avidità per accorgersi di quello che sta accadendo alla mia generazione, al Paese intero, al futuro di tutti i cittadini. (si veda anche: http://fugadeitalenti.wordpress.com/2013/04/10/approfondimento-i-dati-esclusivi-sul-boom-di-emigrati-nel-2012/).
Mentre faccio queste riflessioni, tra una foto di Antonio che posta Bristol di notte, una del figlio di Anna Maria nato nella terra dei canguri, una del sorriso ritrovato di Vale nella soleggiata Valencia, alzo gli occhi dal computer e guardo in direzione della mia finestra: fuori c'è solo silenzio, niente altro che silenzio tra stradine e tetti vuoti. Sono nella mia camera d'infanzia, nel posto in cui sono venuta a nascondermi quando ho capito che non potevo più giocare con il mio presente e soprattutto con il portafoglio dei miei genitori. Sono tornata sconfitta da mamma e papà senza un progetto e quasi senza speranza, aspettando qualcosa. Cosa aspetto non lo so nemmeno io. 
Stasera ho di nuovo la voglia di partire, di essere anche io un'espatriata. Così mi trovo a chiedere a Dio di regalarmi il sogno di una valigia e di un aereo, di andare lontano da questa aria opprimente che mi impedisce di diventare adulta, per lasciarmi alle spalle il senso costante della sconfitta, il viso scavato dall'insoddisfazione, le paure, le ansie e le mille giustificazioni date a chi non capisce perché sei così fragile, così imbronciata. Mi trovo a invidiare chi si è chiuso alle spalle la porta di casa dimostrando coraggio, tanto coraggio pagando il prezzo (spesso elevato) di sentirsi realizzato, autonomo. 
Già so che domani mattina al primo bagliore di speranza per un domani migliore, giunto da un gesto o da una notizia rincuorante, avrò dimenticato le lacrime notturne e la voglia di lasciare tutto. Almeno per qualche ora avrò l'animo calmo, almeno per qualche ora mi sembrerà di essere nel giusto. Fino alla crisi successiva, fino ad altre notti simili a questa. 

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